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Pensando una lezione sulla leadership per degli studenti degli ultimi anni di scuola superiore, il mio primo pensiero è stato di immaginarmi com’ero io alla loro età. Com’ero io e com’era l’Italia.
D’un tratto scorrendo gli anni ho messo a fuoco il 1992 e i miei pensieri hanno avuto una detonazione su un momento fisso, 23 maggio, la strage di Capaci. Un evento troppo impattante per non catalizzare la memoria e mettere in ombra qualsiasi altro ricordo.

Ho pensato a Giovanni Falcone, al suo modo di essere leader. Da dove vengono persone così? Chi glielo fa fare di incarnare un ideale di cambiamento e di lotta in maniera così strenua da affrontare così tante privazioni?
Questa domanda gliela posero in un’intervista: “ma chi glielo fa fare?” Soltanto lo spirito di servizio, rispose. Considerava la mafia un fatto umano che così come ha un inizio così dovesse avere una fine. Era convinto di poter generare il cambiamento che portava questo fenomeno umano verso la sua fine e per quell’ideale era disposto a tutto.
Il primo pilastro di leadership che non sei pronto a costruire quando sei giovane è proprio lo spirito di servizio. Abnegazione, fatica, sacrificio. Devi avere esempi forti, non puoi coltivare la leadership pensando a personaggi effimeri e volatili, hai bisogni di eroi veri, di uomini e donne con le quali puoi rapportarti anche culturalmente, che puoi immaginare di incontrare, che sono tangibili, reali.
A tutte le età, ma a quella soprattutto, hai bisogno di esempi concreti.

Il 1992 però non fu solo l’anno di Capaci ma anche di via D’Amelio. Il 19 luglio morì in un attentato anche Paolo Borsellino che insieme a Giovanni Falcone rappresentava icona e speranza della lotta alla mafia. Mi ricordo dei discorsi che facevamo in famiglia, tra gli amici, a scuola. Era troppo grande per dei diciottenni quello che stava succedendo ma di una cosa eravamo certi: le loro idee sarebbero sopravvissute alla loro morte, hanno creato una possibilità, aperto uno squarcio nelle nubi dal quale potevamo vedere che la fine era un nuovo inizio.
Era il potere dell’influenza, il cambiamento che mette radici, i primi frutti che diventano visibili.

Tutto l’ambiente è influenzato, i leader hanno ispirato un nuovo modello possibile, hanno visto un’immagine e l’hanno condivisa, con le parole, con i fatti, con la vita. Hanno cambiato la cultura,
con loro e dopo di loro nulla sarà più come prima.

Nella mente poi affiorano tanti ricordi che fatico a ricomporre: il Generale Dalla Chiesa, Padre Pino Puglisi, l’omelia di Papa Giovanni Paolo II nella valle dei templi. Il cambiamento ha bisogno di tanti eroi, di tante menti e tante braccia, di tante vite vissute con uno spirito di servizio verso un ideale più grande.

Ho girato pagina e sono andato a vedere i dati aggiornati sulle morti bianche in Italia.
678 nel 2015, 661 nel 2014.
Nel 2013 non mi interessano i numeri perché in quel giugno è morto Dario, è morto un compagno, un collega. Il 2013 non ha numeri per me. Ha un volto, ha un cuore. Ha una storia. Ma questo è un fenomeno con i numeri di una guerra. Una guerra subdola e nascosta, lontana dai telegiornali se non ha il clamore della Thyssen-Krupp, ma un dolore quotidiano che prima o poi tocca tutti. Tutti. Una guerra che prima o poi o ti tocca o ti sfiora.

Ma anche la sicurezza del lavoro è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e una fine.
Dobbiamo vederla quella fine. Immaginarla, sognarla, dobbiamo volerla. A uccidere prima delle armi c’è il cuore dell’uomo. Ci sono cuori che si stanno innamorando della sicurezza e li chiamiamo Safety Leader. Ci saranno cuori più impavidi di altri che vedranno la fine di questa epoca buia e daranno se stessi per illuminare questa causa e li chiameremo Safety Heroes.

Testo a cura di A. Trespidi, Evangelist Fondazione LHS

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